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Apro gli occhi e mi guardo attorno
N
ACQUI a Blunderstone, nella contea di Suffolk, in una nőtte di marzo, piena di vento; e quando apersi gli occhi alia luce, giá da sei mesi mío padre aveva chiuso i suoi.
II personaggio piú importante della mia famiglia era una zia di mió padre, per conseguenza mia prozia, e di lei in seguito dovró parlare a lun-go. La signorina Trotwood, o signorina Betsy, come la chiamava la mia mamma, quando per nominarla riusciva a superare lo spavento che essa le incuteva, conduceva una vita molto ritirata, con la sola compagnia di una domestica. Credo che un tempo mió padre fosse il nipóte preferito, ma il suo matrimonio le recó un'offesa incancellabile, per la ragione che essa giu-dicó mia madre, non ancora ventenne, una povera bambola. La signorina Betsy non s'incontro piú con mío padre, il quale, non piú tanto giovane, e di salute cagionevole, morí un anno dopo.
Se guardo lontano nel vuoto della mia infanzia, le prime persone che prendono forma distinta nelle míe memorie sono mia madre coi suoi bei ca-pelli e la figuretta snella, e Peggotty, grossa e pesante, con gli occhi tanto neri che le gettavano un'ombra su tutto il viso, e le braccia tanto sode e rosse che io mi chiedevo perché gli uccelli non beccassero quelle a preferen-za delle mele. Mi pare di ricordarle tutte e due, chine o inginocchiate sul pavimento, ad una certa distanza fra di loro, e io che muovo dall'una al-r altra i miei primi passi malfermi. Ho nella mente la sensazione, che non so distinguere da un ricordo vero, di toccare l'indice che Peggotty mi sten-deva, e che era tutto ruvido per il contatto con l'ago da cucire, tanto da sembrare una piccola grattugia per la noce moscata.