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gregio Signore Iddio, ¦ mi perdoni quest'ultima lettera. So di non do-
J J verLe scrivere piu. Ho finalmente capito la le-
% ^ ¦ zione: la Sua risposta é il silenzio. Ma non es-A A sendo un pensatore sono arrivato con molto
ritardo a questa grave scoperta, che rende ancora piú difficile le nostre preghiere. Mi ritengo un uomo come tanti, un piccolo eroe negativo e se oso rivolgermi a Lei é per dirLe che il mondo d'oggi ».
Giacomo Berzia scrutó l'orologio: erano esattamente le 11,58. Dopo cinquanta secondi terminó la lettura di quella pagina. Liberando dalla cuffia il cranio e gli orecchi, percepi il crepitio dei piccoli applausi, trattenute risatine, nimori sommessi che il na-stro registrato mandava in onda a chiusura della trasmissione. Nella cabina di regia un giovane barbuto si sollevó dalla pulsan-tiera del «mixer», riuni Índice e pollice a significare il solito «tutto bene». Un gesto disgustoso, secondo Berzia.
Respiró a lungo, con studiata regolaritá, i gomiti fermi sul panno verde del tavolo esagonale. Malgrado anni di mestiere, quell'ora alia radio lo stancava sempre moltissimo. Si sentiva svuotato, istupidito e con una superficiale, ancora piú stupida soddisfazione conclusiva. Le sigarette spente e ammucchiate nel posacenere lo accusavano, la bottiglia dell'acqua era a secco, il globo spugnoso del microfono spento riappariva un aggeggio inutile.
II giovane barbuto spalancó la doppia porta imbottita. Aveva uno sguardo liquido, divagante, il corpo magro nuotava con artificiosa leggiadria in un'orribile camiciola gialla, una sciarpa di lana ancor piú stridente nel calore dello studio gli cadeva sul petto.
«Perché Tramontano se n'é andato?», brontoló Berzia con